Sei una Cooperativa e vuoi registrarti? Contattaci

Vuoi ricevere la nostra newsletter quindicinale? Utilizza il modulo qui sotto

Iscriviti alla newsletter

login utente



home news news Il clima dopo Cancun
Il clima dopo Cancun
Scritto da Gianni Silvestrini   
Giovedì 17 Febbraio 2011

Su gentile concessione della rivista Quale Energia, pubblichiamo l'editoriale di Gianni Silvestrini all'edizione on line di febbraio/marzo 2011.

logoQEit


16 febbraio 2011. Si celebra il sesto anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto senza sapere cosa succederà quando, alla fine del prossimo anno, si chiuderà il conteggio delle emissioni.
Chi oggi è deluso per le incertezze dei Governi e per la debolezza dell’eco-diplomazia deve ricordare l’analoga suspense che aleggiava all’inizio dello scorso decennio.
Solo la sapiente regia europea riuscì infatti (a fronte anche di significative contropartite economiche) a coinvolgere la recalcitrante Russia nella ratifica del trattato, garantendo così l’entrata in vigore del Protocollo. Un’eventualità che, dopo il tradimento degli USA di Bush, era ormai appesa a un filo. Le negoziazioni adesso sono decisamente più complesse perché si tratta di mettere d’accordo non solo i Paesi industrializzati come
a Kyoto, ma tutti gli Stati del Pianeta. L’ampiezza della partita in gioco ha portato i grandi interessi a schierarsi a favore o contro. È importante sottolineare che i rapporti di forza tra i poteri economici dominanti che ostacolano un accordo e quelli che invece premono per una soluzione globale si stanno modificando a favore di questi ultimi. Ma si tratta di una corsa contro il tempo. Bisognerà vedere se l’accumularsi di forze positive riuscirà a impedire conseguenze devastanti e irreversibili. Dopo la delusione di Copenhagen e la sorpresa di Cancun ci si può aspettare un esito positivo già a dicembre a Durban? Difficile dirlo.
È anche possibile che si assista a uno stallo di diversi anni, in attesa che equilibri interni dei Paesi forti e squilibri climatici spingano verso un accordo.

 

Opinione pubblica
Cerchiamo di capire schematicamente chi spinge per la definizione di obbiettivi di contenimento delle emissioni climalteranti e chi invece teme questo scenario.
Un elemento sicuramente decisivo nelle democrazie più aperte è rappresentato dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale. Riuscirà questa nuova superpotenza, sconfitta in occasione della guerra in Iraq, a imporsi in questa sfida globale? I cittadini non agiscono solo stimolando le istituzioni, ma sono soggetti fondamentali del cambiamento con la modifica dei loro comportamenti. Oltre al ruolo scontato degli ambientalisti è possibile che le stesse religioni si faranno sentire in maniera più incisiva, vista la valenza etica connessa con i rischi di cambiamenti epocali. Un secondo comparto che spinge nella direzione di un accordo è rappresentato dalle imprese “low carbon”. Si tratta di settori in rapida crescita, in particolare dove le istituzioni hanno creato contesti favorevoli. Parliamo delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica, della mobilità sostenibile, dell’edilizia a basso consumo, della forestazione, dell’agricoltura,...
Quali sono invece gli interessi che temono di venir danneggiati da un accordo di contenimento delle emissioni? Innanzitutto i produttori di petrolio e carbone. Il loro peso è elevatissimo nei Paesi dell’Opec, nella Russia maggior esportatore mondiale di greggio, negli Stati carboniferi come USA, Cina e Australia. Anche le utilities con centrali a carbone e le società energivore (acciaio, cemento,…) sono esposte. Ci sono poi altri comparti, come quello automobilistico, che temono i vincoli sulle emissioni, come dimostrano le reazioni durissime delle società statunitensi alle misure adottate dalla California.

 

Obbiettivi di contenimento emissioni per i PVS
C’è un’ultima area preoccupata da un accordo legalmente vincolante. Sono i Paesi in via di sviluppo, inclusi quelli con tassi annui di crescita delle economie a doppia cifra, che temono misure che interagirebbero con le dinamiche economiche interne. Va sottolineato, peraltro, come una parte di queste emissioni sia legata alla produzione di oggetti venduti nei Paesi industrializzati. Per esempio, un quarto delle emissioni climalteranti della Cina è attribuibile alle esportazioni nette di beni. Si aggiungono argomenti stringenti come la comparazione delle emissioni pro capite dei vari Paesi o l’analisi delle emissioni storiche rispetto a quelle dei Paesi industrializzati. Qualsiasi accordo dovrà tener conto delle diverse condizioni di partenza e delle emissioni di carbonio “importate”, per esempio attraverso l’adozione di una carbon tax o la valutazione del contenuto di carbonio delle merci. Ci sono però diversi fattori che spingono per un mutamento delle posizioni più rigide nelle trattative.
Questi Paesi sono i più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici: il raggiungimento di un accordo consentirà di avere risorse per difendersi dagli impatti e rendere meno pesanti i disastri sul lungo periodo. Inoltre in alcuni Stati stanno emergendo diversi settori della green economy legati proprio al raggiungimento di accordi di riduzione delle emissioni di CO2. La Cina, per esempio, è il primo produttore di celle fotovoltaiche e di aerogeneratori al Mondo e aspira a coprire altri comparti come quello dei veicoli elettrici. Tutti questi elementi rendono più agevole una trattativa, come dimostrano le aperture degli ultimi due anni.

 

Il ruolo delle rinnovabili al 2050
I Paesi industrializzati dovranno tagliare le emissioni dell’80% in quarant’anni. Per questo occorre muoversi con grande efficacia già in questo decennio. Il passaggio in Europa dalla riduzione prevista per il 2020 dal 20% al 30% renderà più agevole il calo successivo delle emissioni. Centrale in questo scenario sarà il ruolo delle rinnovabili. Con sempre maggiore frequenza ci si interroga sulla possibilità che queste riescano a soddisfare larga
parte della domanda energetica entro la metà del secolo. Un obbiettivo che sembrava eretico solo qualche anno fa ma che risulta praticabile nella produzione di elettricità e, seppure con qualche difficoltà, anche nel soddisfacimento delle esigenze termiche e del trasporto. Negli scorsi numeri della rivista abbiamo parlato dei diversi studi che riguardavano il comparto elettrico. A gennaio è uscito il rapporto “Future transport fuels” nel quale un gruppo di esperti incaricato dalla Commissione Europea ha valutato possibile lo sganciamento dagli idrocarburi al 2050 anche nel settore dei trasporti.
In Europa il 100% di copertura della domanda elettrica con le rinnovabili si articolerà nella creazione di milioni di punti di generazione distribuiti e nella realizzazione di una forte rete di interconnessione capace di trasferire energia dai parchi eolici off-shore dai mari del Nord e dalle centrali solari del Sahara. In termini di domanda si vedrà una forte riduzione dell’intensità elettrica accompagnata però da un aumento della domanda
per nuove applicazioni nei trasporti e nell’edilizia. In prima approssimazione possiamo ipotizzare una richiesta al 2050 analoga all’attuale. In Italia parliamo di 330 TWh/a. Circa un terzo potranno essere coperti dagli impianti idroelettrici, eolici, geotermici e a biomassa. L’introduzione di soluzioni come l’eolico ad alta quota o la geotermia profonda potrebbero incrementare questo valore. Un quarto della richiesta potrebbe venire dalle importazioni di elettricità verde, prevalentemente dall’Africa. Il resto, circa il 40%, sarebbe generato dal Sole, prevalentemente con tecnologie fotovoltaiche. Parliamo di 140 TWh, con una superficie impegnata pari a un quadrato di 45 chilometri di lato, pari allo 0,7% dell’area del Paese, includendo la potenza aggiuntiva necessaria per i sistemi di accumulo. Oltre un terzo della superficie peraltro riguarderà l’edilizia. L’area necessaria non è dunque certo un limite, considerando le ampie zone agricole del Paese abbandonate e marginali. Una produzione elettrica di questo tipo implica però una gestione della rete rivoluzionata rispetto
all’attuale e la necessità di prevedere sistemi di accumulo in grado di superare l’intermittenza della produzione. Inizialmente si punterà sulle centinaia di laghetti collinari esistenti in particolare nel sud dell’Italia, in un secondo tempo si potranno utilizzare gli attuali bacini di pompaggio e poi soluzioni tecnologiche più avanzate, dall’aria compressa stoccata in caverne alla produzione di idrogeno.
Sul versante dei trasporti, le città vedranno una profonda modificazione con una progressiva tendenza a uniformarsi alle soluzioni del centro Europa, con un potenziamento
del trasporto pubblico e dell’uso delle biciclette. Una quota crescente dei veicoli dei prossimi decenni sarà alimentata in maniera alternativa: energia elettrica, idrogeno, biocarburanti da alghe. La soluzione vincitrice emergerà in relazione alle evoluzioni tecnologiche dei prossimi 10-20 anni. Sul versante degli usi termici va considerato che a partire dal 2021 tutti i nuovi edifici saranno a consumi fossili quasi “azzerati” in base alla direttiva europea e che una profonda riqualificazione dell’edilizia esistente, accompagnata da una diffusione su larga scala di impianti solari e a biomassa, porterà a una drastica riduzione dei consumi. La
produzione di calore a media temperatura con concentratori solari potrà soddisfare parte del calore di processo industriale.
Infine, le decine di miliardi che si stanno investendo negli impianti eolici nei mari del Nord garantiscono il rafforzamento di questo asse strategico. Gli investimenti nel sud del Mediterraneo subiranno invece una battuta d’arresto in attesa che si stabilizzi il quadro politico (sperando che si estenda l’esempio tunisino).

 

Nucleare: verso il referendum?
Se non ci saranno elezioni anticipate si andrà al referendum sul nucleare. Il dibattito che avrebbe dovuto aprirsi in un Paese normale, a fronte della decisione di reintrodurre una tecnologia bandita da un precedente referendum, avrà così la possibilità di svilupparsi. L’apparentemente asettica e in realtà ingannevole partita a scacchi che ha inondato quotidiani, periodici, televisioni potrà trasformarsi in confronti reali su costi,
rischi, localizzazioni. Si scoprirà così che la bolletta elettrica rischierebbe di aumentare e non di diminuire con il nucleare, come ci dicono gli ultimi rapporti del Governo americano.
L’opinione pubblica scoprirà, probabilmente stupita, che a quasi 60 anni dal primo reattore non c’è un solo Paese nel Mondo che abbia realizzato un deposito di smaltimento delle scorie più radioattive. E verrà alla luce il pressappochismo del rilancio del nucleare. Qualche esempio. La legge 99/2009 prevedeva la definizione, entro sei mesi, delle tipologie degli impianti atomici realizzabili nel nostro Paese. Invece di 6 sono 18 i mesi passati e per di più le Regioni a fine gennaio hanno bocciato il documento del Cipe presentato dal Governo.
Solo Lombardia, Piemonte, Veneto e Campania hanno espresso parere positivo sullo schema di delibera. Le altre, fra cui diverse con Governo di centro destra, hanno sottolineato la superficialità delle descrizioni tecniche e la mancanza di una seria e concreta analisi economica. Questo ritardo fa il paio con le disavventure dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, strumento fondamentale per ogni azione di rilancio atomico, a oggi non ancora operativa per i contrasti registratisi tra i ministeri sulla composizione del consiglio direttivo.
Se le lungaggini nella definizione di atti che avrebbero dovuto essere celermente conclusi indicano la confusione esistente nel Governo, la dichiarazione di ammissibilità da parte della Corte Costituzionale del referendum sul nucleare pone in discussione il futuro stesso di questa avventura.

 

I problemi del solare che corre troppo
La bolla fotovoltaica è scoppiata con numeri impensabili. Potrebbero infatti essere 6.000 i MW installati lo scorso anno e l’impatto sulle tariffe elettriche si farà sentire. La responsabilità principale viene dall’emendamento parlamentare, passato con il consenso del Governo, che ha prolungato la validità degli incentivi 2010 agli impianti installati entro il 31 dicembre. Ciò ha determinato una corsa sconsiderata, vista la modestia dei tagli del primo quadrimestre 2011, che ha coinvolto anche furbetti che hanno dichiarato finte “fine lavori”.
Più volte abbiamo detto che gli incentivi italiani erano troppo elevati. Alcune associazioni fotovoltaiche hanno sbagliato a muoversi per fare lievitare gli incentivi.
Una visione lungimirante avrebbe dovuto favorire una rapida riduzione delle tariffe, tenuto conto del calo dei prezzi dei moduli. In Germania imprese e Governo hanno concordato sulle forti riduzioni da apportare: in questo modo finora si sono garantiti una prosecuzione della corsa. Adesso occorrerà agire con intelligenza in modo da evitare contraccolpi come avvenuto con il crollo del mercato solare della Spagna e favorire un rapido raggiungimento della grid parity, quando cioè il costo del fotovoltaico sarà inferiore alla bolletta elettrica. In particolare andrebbero tagliati drasticamente, almeno dimezzati, gli incentivi per gli impianti sopra i 5 MW. E soprattutto andrebbe finanziata la ricerca e favorita la creazione di imprese nel comparto solare, come voleva fare il programma “Industria 2015” messo da parte da questo Governo.

 

abitaresostenibile.coop

legacoopabitantiè un progetto
Legacoop Abitanti

browser

Con microsoft explorer 6 l'esperienza d'uso di abitaresostenibile.coop potrebbe non essere ottimale.

Effettua l'aggiornamento qui

 

 

 

w3c

validazioni xhtml e css

Valid XHTML 1.0 Transitional

CSS Valido!